CURA UT VALEAS

Dal ponte dell'Accademia di Venezia, in direzione della punta della Dogana, la cupola della Chiesa della Salute si improvvisa cicerone e presenta al foresto lo splendido panorama.
Vien fatto di pensare a quante chiese furono erette per ringraziare il Signore di aver sottratto anime e anime al conto di Sorella Morte. Quando la peste, o chi per essa, lascia una città, sale operosa la nuova chiesa di un Redentore e nuove frecce si dipingono sul corpo trafitto di San Sebastiano affinché allontani altre epidemie.
Ma quanto sangue sprecarono in salassi e quante volte furono date pietre preziose affinché gli astri mutassero umori malinconicamente saturnini.
La Natura fu invece madre premurosa e ci dispose leggi di uguaglianza. Parlò dell'armonia di tutti gli esseri viventi e bilanciò ogni cosa scrupolosamente permettendo che ogni sorta di male trovasse in lei rimedio.
Ancor oggi non ci rassegniamo all'idea che il cuore sia un muscolo e ci dispiace che un giorno sia stato portato nella pubblica piazza e gli sia stato detto: "Non è grazie a te che noi pensiamo". Istintivamente gli avevamo dato così tanto valore che ancora ci sembra di volerlo derubare di ciò che è suo.
Ma la medicina aveva iniziato nuovi percorsi. Si abbandonò il timore di ricercare le cose nelle loro ragioni profonde e si volle vedere sotto l'epidermide. Con fede atomista si è catalogato tutto e ancora si continua.
Se ieri la terra era grande e il mondo piccolo, oggi il mondo è molto grande e la terra piccola. L'intenso dialogo che si è venuto a creare con altre culture ha ampliato il nostro campo di riflessione.
Difatti, nel domandarci oggi che cosa sia la salute, possiamo trovare molte risposte verosimili.

"Cura ut valeas" è una citazione da Cicerone e significa "fai in modo di star bene". La salute non può non dipendere innanzitutto da noi stessi. Bisogna iniziare il cammino attraverso una visione interiore, per poi proiettarla sul mondo esterno e vedercela restituire attraverso le immagini che i nostri occhi catturano .
Così Marco Maffei ricorre a un' immagine autobiografica semplice, che rifiuta risvolti sentimentali, ma riesce a delineare un'anatomia fortemente simbolica.
Riccardo Corti esprime invece splendidamente la nostra provenienza e il metaspazio in cui essa è custodita utilizzando, senza alcuna forzatura, la propria sperimentata semiotica.
Il video, e le carte che ne seguono, di Gianluca Cupisti offrono la visione di un cuore pulsante irrispettoso del contorno. Refrattario a chiudersi nella rappresentazione di un'immagine salda, l'esposizione utilizza un tempo eccedente che proietta il soggetto ben oltre il suo spazio naturale.
La disperazione di una battuta di arresto della nostra ricerca è lo scenario raffigurato da Valente Taddei. Una solitudine totale, capace di materializzare attorno a noi una prigionia dalla quale solo la morte ci può liberare. Ciò che domina queste immagini è la totale assenza di salute, cui fa seguito la piena comprensione dell'importanza del ricercarla.
Le (P)arti mancanti di Massimo Pellegrinetti sono il richiamo di maggiore fisicità in una mostra che non poteva fuggire da questo difficile confronto. Arti che godono di una naturale immediatezza che cerca l'istintivo rapporto con lo spettatore, anticipandolo ed estraniandolo, per poi attirarlo verso una più attenta osservazione e una libera riflessione.
Anche Giovanna Lizzio parte da un rapporto diretto attraverso l'immagine fotografica, che però tramuta gradualmente verso un primo livello di astrazione semisimbolica. Gli alamat sono pietre poste nel deserto a indicazione dei percorsi necessari a raggiungere le zone abitate e quindi le giuste rotte per la salvezza. Queste fondamentali certezze trovano poi definitiva espressione in un non-spazio urbanizzato in modo da dare alle pietre un nuovo senso di gravità.
Il binomio salute-natura è invece riproposto da Giovanni Dentoni e Maja Thommen.
Il primo presenta Arbor vitae, immaginando un essere antropomorfo di albero-uomo che si proietta verso l'alto in un abbraccio con il sole a evidenziare forme e fonti di vita. Lo spazio della composizione è saturo e potente, grazie a un segno di grande fisicità concepito originariamente su una superficie molto più ridotta. Anche l'inserimento del nome in forma di lettere aiuta a comprendere il carattere di forte ricerca che sta alla base dell'opera.
La Thommen conserva innato un rapporto con il mitologico, un conseguente amore verso l'umano e un'armoniosa convivenza con il naturale. Ne risulta un equilibrio ideale che riconduce all'interiorità ma che esprime anche il suo relazionarsi con il mondo fenomenico.
Antonio Bobò dona ai suoi Insetti giardinieri distinti caratteri e personalità, pur osservandoli nella loro prigionia in "grafici crociatori", come egli stesso li definisce. Forma simbolica di una stratificata conoscenza "...metà strada del diritto /che non richiede ex voto illimitati / ma un tocco di grazia /per tutti i 74 sensi".
Sophie Mondini trattiene su di una carta catramata l'immagine che il mondo gli ha restituito. Crociata può essere considerato il tentativo di una sintesi di tutto ciò che rimane impresso a un primo colpo d'occhio del panorama che ci circonda. L'artista colombiana, oltre a olio e acrilico, utilizza asfalto e polvere di marmo per dar vita a una composizione intensamente espressiva.

MARCO DEL MONTE

Venezia, maggio 2004